Sfiorire nemmeno un istante

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza di sole.
Non poté mai sfiorire, neanche per un istante.

Pier Paolo Pasolini, dalla poesia “la Resistenza e la sua luce”

Con questa ricerca abbiamo indagato la luce che si risveglia dentro sé nell’istante in cui restiamo integre pur compiendo una trasmutazione.

Partendo dallo studio delle vite delle tre donne che in Friuli Venezia Giulia hanno ricevuto la Medaglia d’Oro al Valor Militare, abbiamo riletto gli avvenimenti storici della Seconda guerra mondiale dando luce all’apporto delle donne al Movimento di Liberazione: un ruolo fondamentale in una fase storica fondativa di una nuova società e di una nuova democrazia.

Abbiamo realizzato uno spettacolo teatrale in cui narriamo le loro azioni, per far riconoscere la bellezza e il coraggio del “prendere posizione” al femminile: narriamo momenti salienti delle vite di Virginia Tonelli e Cecilia Deganutti, ispirandoci a una fotografia pubblicata sulla biografia di Paola Del Din ricostruiamo la figura delle madri, delle figlie, delle mogli rimaste a casa sole nell’attesa della fine della guerra; parallelamente raccontiamo la nascita di un nuovo ruolo attivo della donna nella società post-bellica. Lo spettacolo ci permette di passare drammaturgicamente dal presente al passato, come trasportate da un fascio di minuscole particelle, per portare al pubblico la Storia, per illuminare le storie di coraggio e sacrificio del contemporaneo.

Su questo sito raccogliamo e condividiamo, come tracce di noi e dei numerosi esperti con cui abbiamo collaborato, i frutti della ricerca: per lasciare a voi letture, immagini, suoni, ascolti, spunti utili per immergervi in quella condizione fondamentale nei Movimenti di Liberazione, che è la segretezza.

Circondatevi di quel silenzio utile per immaginare il non visibile, mentre vi immergete in Sfiorire Nemmeno un Istante.

Caterina Di Fant, Serena Giacchetta, Lucia Linda, Giulia Pes, Valentina Rivelli – Teatro della Sete

Progetto vincitore del Bando regionale del Friuli Venezia Giulia per la valorizzazione del patrimonio storico ed etnografico – incentivi annuali per studi e ricerche 2021.

L’interrogatorio di Cecilia Deganutti

da “Sfiorire nemmeno un Istante” video ideato da Claudio Cescutti

Approfondimento filosofico e consigli di lettura

di Valerio Cianci, Associazione BLOOM

La teoria dell’interpretazione, così come formulata da Wolfgang Iser, propone una tesi che ogni lettore o spettatore, consapevolmente o meno già da sempre conosce: un testo, un’opera d’arte è una virtualità incompleta, attualizzata solo nell’incontro con il fruitore che vi infonde vita facendola risuonare con la propria esperienza. Ogni testo è infiniti testi. E là dove storia, biografia, musica, poesia e memoria si mescolano non può che fiorire un’impressione prismatica, complessa che si riverberi in e venga riflessa da ogni singola interrelazione e dalla loro totalità. E se, questa, per un lettore è un’attualizzazione, una volta fatta risuonare con il testo di origine, non può che ritornare, ad altri lettori, come una nuova virtualità – una nuova cornice per un nuovo testo, una nuova storia. Leggere, vedere, dimenticare ricordare e rendere il testo quell’istante in cui “vedendo” ci sentiamo parte di un paesaggio più ampio.

Clarice Lispector, Acqua Viva

La Storia è, forse, una semplice astrazione del vissuto individuale, memoria intersoggettiva. A posteriori, può essere razionalizzata, epurata dalle torsioni emotive che ne distorcono tempi e oggetti. Ma quando viene riconnessa al suo vissuto originario ciò che resta è una narrazione discontinua, lirica in cui un’intera vita può condensarsi in una semplice immagine. E le immagini che tratteggia la voce interiore che ci accoglie nel testo, in me, hanno dal primo istante rievocato un’altra voce, distante, che a sua volta dipinge una vita come fosse un istante, e ogni singolo istante come fosse un’intera vita. Si può, a volte, restare ammaliati anche solo dallo stile, che non è mai solo stile, ma principalmente espressione. In questo caso, l’espressione di Clarice Lispector in Acqua Viva potrebbe forse essere un’estensione diretta di questa esperienza immersiva. Bastano pochi secondi, poche frasi.

Fisso improvvisi istanti che portano in sé la propria morte e altri nascono… fisso gli istanti di metamorfosi ed è di una terribile bellezza la loro successione e concomitanza. Adesso sta sorgendo il sole e l’aurora è di foschia bianca sulla sabbia della spiaggia. Tutto è mio, dunque. Mi nutro appena, non voglio svegliarmi al di là del risveglio del giorno. Sto crescendo insieme al giorno che mentre cresce uccide in me una certa vaga speranza e mi obbliga a guardare dritto in faccia il duro sole. Il vento soffia e scompiglia le mie carte. Ascolto questo vento di grida, rantolo d’uccello aperto in volo obliquo. E io, qui, mi obbligo alla severità di un linguaggio teso, mi obbligo alla nudità di uno scheletro bianco che è libero da umori. Ma lo scheletro è libero di vita e finché vivo rabbrividisco tutta. Non raggiungerò la nudità finale. Non la desidero ancora, a quanto pare. Questa è la vita vista dalla vita. Posso non avere senso, ma è una mancanza di senso come quella della vena che pulsa. Voglio scriverti come colui che apprende. Così fotografo ogni istante. Approfondisco le parole come se stessi dipingendo, più che un oggetto, la sua ombra. Non voglio chiedere perché, si può sempre chiedere perché e rimanere sempre senza risposta: riuscirò ad abbandonarmi al silenzio pieno d’aspettativa che segue una domanda senza risposta? Anche se immagino che in qualche luogo o in qualche tempo esista la grande risposta per me.

C. Lispector, Acqua Viva, Adelphi, Milano 2017, p 14.

Luce Irigaray, Nascere

Sfiorire è una storia, una vita, una memoria. La vita però non è mai solo una vita, ma un’intersezione, una costante relazione. Nascere non è un atto soggettivo, unico, ma un evento in cui si pongono le radici di ogni relazione. È là germinalmente che siamo, come sempre saremo, da e per un altro. Siamo chiamati a palesare la nostra presenza fuori dalla tonda terra materna, lasciando per sempre il liquido buio cullante in cui avevamo messo radice. Nascere è sì, forse uno sradicamento, ma, allo stesso tempo, il porsi in atto di nuove più profonde radici. Dovremo subito imparare quando guardare, quando essere guardati / quando guardarsi e restare nello sguardo altrui. Esistere con gli altri, per gli altri. Divenire, tramandare ricette, covare segreti, divenire compagne nella lotta e memoria, ispirazione di altre vite. È in questa dinamica, di nascita memoria e relazione, che Sfiorire fa germogliare le proprie connessioni con un secondo testo. L’apertura del secondo capitolo di Nascere. Genesi di un nuovo essere umano di Luce Irigary, sembra quasi una riformulazione della frase riportata. “Venire al mondo significa, innanzitutto, venire da un altro, lasciare un primo ambiente, un’originaria dimora in un altro” (L. Irigaray, Nascere, Bollati Boringhieri, Torino 2019, p. 29). Sradicarsi e subito creare nuove radici. Reagire, non solo essere gettati “vivere comporta un continuo divenire: se non diveniamo, deperiamo” (Ibidem). Non rispondere, non trovare un nuovo inizio negli altri, per gli altri, sottostare alla tirannia, restare cristallizzati nell’essere che ci viene imposto vuol dire deperire. Sfiorire.

[Il neonato/l’uomo] Deve liberarsi dello spazio e del tempo comuni in cui è entrato e che sono rappresentati in particolar modo da coloro che provvedono ai suoi bisogni, e deve elaborare uno spazio che si adatti al proprio modo di abitare lo spazio e il tempo. A tale scopo, probabilmente è essenziale che esso faccia esperienza del proprio potenziale di movimento, così da trovare il modo di dimorare. Diversamente da un albero, un essere umano non vive immediatamente nello spazio e nel tempo che gli si confanno; viene al mondo separandosi dalle sue prime radici vitali e, a poco a poco, dovrà trovare, predisporre e costruire un luogo che tenga conto delle sue naturali potenzialità e che gli consenta di coltivarle in vista di una fioritura umana che sia conforme a esse”.

Ivi., p 34.

Essere fedeli alla vita è possibile se noi le prestiamo attenzione, mentre altri tipi di fedeltà hanno bisogno di impalcature costruite, che paralizzano la vita, per garantire la loro manifestazione e la loro memoria. Il nostro corpo ricorda, soprattutto ciò che dell’altro lo ha toccato. È su tale memoria che possiamo fondare, di nuovo, il mondo, trovando un modo di pensare e di dire la costellazione dei nostri «essere», un «essere» quindi riportato alla vita, al suo sviluppo e alla sua condivisione.

Ivi., p 214.

Silvia Federici, Caccia alle streghe, guerra alle donne

La storia non è solo lo sfondo dell’azione, ma anche una forza che la anima. In particolare nei momenti liminali, che segnano il passaggio da un’epoca all’altra. La letteratura sul ruolo della donna, delle donne, nella liberazione è vastissima e dettagliata – i rimandi sono potenzialmente infiniti. Eppure c’è un dettaglio, una frase, che suggerisce impressionisticamente un percorso parallelo, poco battuto, quasi una deviazione, ma, come tale, di inaspettata rilevanza.
​Segreta era la condizione per potersi ritagliare uno spazio nella vita sociale. Una condizione di codici e linguaggi che creano e vengono simultaneamente creati da una comunità. Se la donna, nel momento di rottura che è stata la liberazione, ha potuto ridefinire il proprio ruolo nella società lo ha fatto sottraendosi da una condizione di marginalizzazione che veniva data per naturale, ma che è in realtà stata naturalizzata con la violenza. Infatti è proprio una rottura nell’ordine sociale a segnare questa possibilità. E questo è possibile anche grazie al segreto, ai codici, a un linguaggio comunitario, lo stesso linguaggio che secoli prima aveva reso possibile alle donne difendere il proprio ruolo nella società. Silvia Federici in Caccia alle streghe, guerra alle donne dedica un capitolo al significato di gossip: originariamente affine a “padrino/madrina” col tempo inizia a indicare le relazioni di natura amicale ed emotiva che legavano le donne nell’Inghilterra premoderna. E, così come riappropriarsi del segreto, del linguaggio privato, per la liberazione ha significato poter riconquistare indipendenza, allo stesso modo, sopprimere quel segreto ha portato all’esclusione:(Ibidem). Non rispondere, non trovare un nuovo inizio negli altri, per gli altri, sottostare alla tirannia, restare cristallizzati nell’essere che ci viene imposto vuol dire deperire. Sfiorire.

Attribuire un significato denigrante al termine che indicava l’amicizia tra donne è servito a distruggere le forme di socialità femminile prevalenti nel Medioevo, quando la gran parte delle attività femminili erano di natura collettiva e – quantomeno negli strati sociali inferiori – le donne formavano una compatta comunità fonte di una forza ineguagliata nell’era moderna.

S. Federici, Caccia alle streghe, guerra alle donne, Nero, Roma 2020, p. 67.

La storia della liberazione riverbera infinite altre storie di liberazione femminile, colpevolmente dimenticate o nascoste. Sfiorire ne racconta una, che al suo interno le racchiude tutte. Privare della parola vuol dire privare della conoscenza – nutrire la parola, la memoria, anche con il segreto, vuol dire poter divenire, creare il proprio mondo.

Etichettare tutta questa produzione di sapere come «gossip/pettegolezzo» dimostra una volontà di svilire le donne […] È così che le donne sono state silenziate e sono rimaste escluse fino ai giorni nostri da molti dei luoghi in cui le decisioni vengono prese, private della possibilità di definire da sé la propria esperienza, costrette a subire la misoginia maschile o i ritratti idealizzati di se stesse che la misoginia produce. Oggi, però, ci stiamo riappropriando del nostro sapere. Come una donna ha recentemente spiegato durante un incontro sul significato della stregoneria, la cosa magica è che «sappiamo di sapere».

Ivi., pp. 79-80.

Anna Achmatova, Poema senza eroe

Se Sfiorire è una storia, una vita, calata in un momento così delicato, è anche una storia di attese, angosce e apprensioni. Casa era luogo sicuro, era un nido in cui aspettare… ma il pericolo si era insinuato sotto pelle, nella casa che è il nostro corpo. Ma anche i più profondi momenti di angoscia ricordano, per contro, quanto valore abbia ciò che si teme di perdere, o ciò che si vuole vedere accadere. E le piccole cose, le impressioni che dipingono un’intera vita, le vicissitudini di una nascita che vuol dire stare nel e per il mondo possono diventare l’appoggio che permette di sopportare il silenzio. Ho raccolto un po’ di equilibrio nelle persone a me più vicine, nei piccoli gesti di cura di ogni giorno come: il sole addosso, il calore sulla pelle, i germogli sugli alberi, la contemplazione delle montagne lontane. È ancora una volta forse lo stile, che però è espressione, panorama emotivo, che risuona e riverbera diversi testi, fatti d’attesa, terrore e perdita, in cui però ciò che non viene mai perso davvero è la fede nella possibilità di una trasformazione. Scritti a molti chilometri e pochi anni distanza, i testi di Anna Achmatova racchiudono questi stessi affetti.

Diciassette mesi che grido,
Ti chiamo a casa.
Mi gettavo ai piedi del boia,
Figlio mio e mio terrore.
Tutto s’è confuso per sempre,
E non riesco a capire
Ora chi sia belva e chi uomo,
E se a lungo attenderò l’esecuzione.

A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, Einaudi, Torino 1966, p. 41.

E se la storia, con le sue tragedie, irrompe nella vita, in una relazione costante di flussi e risacche, la vita e le sue piccole gioie, i suoi piccoli appoggi irrompono nella storia e la infondono della nostra insensata fede, indirizzandone il corso.

E intorno a te calò il silenzio,
E d’un sole terso si schiarì il crepuscolo,
E il mondo per un attimo si trasformò,
E mutò stranamente il sapore del vino.
E persino io, destinata
Della parola divina ad essere l’assassina,
Quasi con devozione tacqui,
Per prolungare la vita benedetta.

Ivi., p. 149.

  • 1 - Questione di metodo

    La ricerca fatta da Paolo Gaspari nel 1979 per la ricostruzione della vicenda delle Lotte del Cormôr è stato uno dei primi esempi di storiografia condotta quasi esclusivamente su fonti orali.

  • 2. Bassa Friulana

    Anche se da il nome alle Lotte il Cormôr è solo un fiume il vero protagonista è il territorio della Bassa Friulana con la sua gente, che nel 1950 era letteralmente ridotta alla fame.

  • 3. Alla Rovescia

    Lavoro volontario senza salario. Il 19 maggio del 1950 i braccianti e i disoccupati della bassa friulana hanno iniziato volontariamente, come forma di protesta, i lavori di bonifica del torrente Cormôr.

  • 4. Repressione

    Dopo pochi giorni dall’inizio della lotta interviene la polizia, e non c’è proporzione tra i modi della protesta e la durezza della repressione. 

  • 5. Esodo

    Alla fine di giugno per sedare la protesta viene stanziato un primo finanziamento dell’opera che permette l’assunzione di 1300 operai. Ma dopo poche settimane cominciano i licenziamenti lasciando ai braccianti una sola alternativa: l’emigrazione.

Teatro della Sete

Regione autonoma Friuli Venezia Giulia

progetto vincitore del bando regionale
“Valorizzazione del patrimonio storico ed etnografico – Incentivi annuali per studi e ricerche 2021”

si ringraziano i partner
IFSML, ANPI Udine, ANPI Pordenone, 47|04, Fierascena APS, Radio Onde Furlane, Associazione Bloom, ISIS Deganutti Udine, Centro Gestalt Udine